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  Pantelleria e la preistoria

Al di la di tenui indizi che porrebbero la frequentazione preistorica di Pantelleria già nel neolitico (a tale conclusione portano le presenze di ossidiana pantesca nei livelli neolitici di Skorba, a Malta, attribuibili alle fasi di Ghar Dalam e Grey Skorba databili tra la fine del V e gli inizi del IV millennio a.C., di Lampedusa e di vari siti siciliani) e nell’eneolitico (evidenze sporadiche dalla contrada Bugeber e Kuddia Bruciata), l’insediamento più antico ampiamente noto è quello di Cimillia-Mursia, che, datandosi intorno alla metà del II millennio a.C., sfruttò l’ossidiana come risorsa utile per arricchire il proprio armamentario strumentale ma non certo come prodotto da esportare poiché ormai in quel periodo il commercio dell’ossidiana era da molti secoli privo di alcuna economicità. Con questo sito, caratterizzato dalle corpose e monumentali vestigia che ne fanno di uno degli insediamenti più impressionanti della preistoria mediterranea grazie alle sue poderose fortificazioni, giungiamo ad una fase avanzata dell’antica età del bronzo siciliana, ed in particolare dei secoli XVIII – XVI a.C.

Della sua presenza se ne accorse già Orsi e prima di lui Cavallari intorno alla metà del secolo XIX. Ancor prima di Cavallari, il quale, nel 1874, ne riconobbe l’antichità attribuendone i resti ai Fenici, già alcuni viaggiatori ne avevano marginalmente accennato senza comprenderne la natura. Ma fu Paolo Orsi che ne comprese per primo esattamente la cronologia e l’articolazione funzionale e topografica nel corso della sua fugace ricognizione pantesca, incurante dei disagi invernali e delle attrattive del Natale, tra il 25 dicembre 1894 ed il 2 febbraio 1895. Purtroppo Egli non ebbe l'opportunità ed il tempo per approfondire quella scoperta. Del resto lo spunto per effettuare quella ricognizione, in un luogo così lontano dalla "Sua" Siracusa, gli era stato offerto da una contingenza politica, più che da un'esigenza scientifica, su invito (o imposizione ?) di Luigi Pigorini. Fu, infatti, uno strano episodio di effimera invasione francese dell'isola di Pantelleria a indurre il Ministero della Pubblica Istruzione a mandare una missione italiana per studiare "i monumenti e gli avanzi di ogni età, colà esistenti." Tuttavia di quell’effimero e non voluto intervento Orsi ci ha lasciato un esemplare resoconto che rimane ancora oggi un punto di partenza essenziale per ogni studio sulle antichità pantesche e su Mursia.

Al di la dei limitati sondaggi di Orsi lo scavo vero e proprio fu intrapreso per un breve periodo, in due aree distinte, da Carlo Tozzi alla fine degli anni ’60. Di queste campagne esiste ampio resoconto pubblicato. Da allora nulla di scientifico e sistematico è stato prodotto su questo insediamento fino al 2001 quando abbiamo intrapreso le ricerche sistematiche con la direzione del Servizio per i Beni Archeologici della Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali in collaborazione con l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli e l’Università degli Studi di Bologna e con il fattivo contributo del Comune di Pantelleria, dell’Archeoclub d’Italia, sede di Pantelleria, dell’Associazione Amici di Pantelleria e, soprattutto, della famiglia Di Fresco, proprietaria del Cossyra e Mursia Hotel.

Le motivazioni principali che ci hanno guidato nella ripresa dei lavori nell’area di questo sito si articolano tra le esigenze di tutela e valorizzazione di una delle aree archeologiche tra le più prestigiose del Mediterraneo e la volontà di approfondire le tematiche inerenti i meccanismi di collegamento e scambio tra Oriente ed Occidente nel II millennio a.C., che già da tempo abbiamo affrontato grazie alle ricerche intraprese in Sicilia e nell’area tirrenica. Non è mai venuta meno, infatti, l’esigenza di inquadrare il periodo di riferimento in una prospettiva centro mediterranea. L’areale geografico e il periodo così delimitati, vedono, sul piano strettamente archeologico, lo sviluppo di differenti facies che sembrano passare attraverso almeno tre diversi momenti di interazione.

Una prima fase, corrispondente ai secoli XVII e XVI secolo a.C., vede in Sicilia l’ultima fioritura della facies di Castelluccio, di tradizione eneolitica (Serraferlicchio, Sant’Ippolito). La facies di Castelluccio occupa quasi tutta la Sicilia e si caratterizza come essenzialmente mediterranea.

L’Italia meridionale è, in questo periodo, occupata dalla facies protoappenninica B, nella quale le spinte eterogenee del Bronzo antico (Palma Campania, Parco dei Monaci, Cotronei, Laterza) si decantano in un quadro più omogeneo, seppure caratterizzato da talune peculiarità locali. Del tutto peculiare appare la situazione delle Eolie e di Malta. Entrambi gli arcipelaghi sono ancora occupati da culture (Capo Graziano e Tarxien cemetery) che caratterizzano il Bronzo antico e che, a parte alcune peculiarità locali, possono essere considerate unitariamente interagendo con la facies di Castelluccio in molteplici siti della Sicilia orientale e centro-meridionale ed, adesso, anche a Mursia grazie alle ultime scoperte effettuate.

Si potrebbe addirittura affermare che l’interazione tra le due grandi aree più statiche ove si dispiegano le civiltà di Castelluccio (Sicilia) e protoappenninica (parte meridionale della penisola) sia mediata proprio dal dinamismo degli aspetti maggiormente insulari e marinari di tipo Capo Graziano e Tarxien cemetery (il cui controllo delle rotte basso-tirreniche, dello Stretto di Messina e del Canale di Sicilia appare evidente), tanto da sembrare ancora attuale la vecchia distinzione tra popoli della terra e popoli del mare proposta da Bernabò Brea.


 
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